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A partire dallo scoppio dell’emergenza COVID 19, la Commissione europea ha posto in campo una serie di iniziative di supporto agli Stati per acquisire l’ammontare necessario di farmaci e dispositivi di protezione a prezzi accessibili, non rinunciando al controllo sulla qualità e sulla sicurezza di tali prodotti. In questa prospettiva, la Commissione sta facendo sempre più di frequente ricorso alle procedure di appalto congiunto, in particolare a quelle previste dall’Accordo di aggiudicazione congiunta per le contromisure mediche (Joint Procurement Agreement to procure medical countermeasures/JPA), approvato con Decisione della Commissione del 2014, dalla «riserva RescEU» (F. Casolari, 2020G. Bartolini, 2020) e dallo «strumento per il sostegno di emergenza» (Regolamento del Consiglio 2016/369; Regolamento del Consiglio 2020/521).  

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A number of measures concerning search and rescue (SAR) operations and disembarkations following those operations have been incorporated in the “new pact on asylum and migration” (hereafter pact) adopted by the European Commission on 23 September 2020. This has not happened by chance: as is well known, SAR operations in the Mediterranean Sea have been a key theme and a reason of legal and political disputes between EU Member States and the EU Institutions in recent years. Mediterranean coastal States have demanded solidarity, both in carrying out SAR operations and in relocating rescued people.

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On 16th July 2020, in its landmark judgment in Data Protection Commissioner v Facebook Ireland Limited, Maximillian Schrems (Case C- 311/18, Schrems II), the European Court of Justice (“ECJ”) invalidated the Commission Implementing Decision (EU) 2016/1250 on the adequacy of the protection provided by the EU-US Privacy Shield (“the Privacy Shield Decision”). As a result, thousands of companies can no longer rely on the Privacy Shield Decision as a legal basis for transferring personal data from the EU to the US. In its judgment, the ECJ also affirmed the validity of Standard Contractual Clauses (“SCCs”) as a data transfer mechanism for international data transfers, but with a few conditions: companies are required to assess the data importer’s ability to comply with the contractual arrangements embedded in SCCs and adduce «additional safeguards» where appropriate. The implications of the case are much wider than just the invalidation of the Privacy Shield Decision. The judgment has important implications on the other tools that compose the data transfer toolbox offered by the GDPR and has raised uncertainties on the future of international data transfer more broadly.

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On July 16th, the Court of Justice of the EU (hereafter, the Court) issued a ruling that has the potential to revolutionise labour law in Europe and beyond. As sensationalist as this might sound, it is clear that the ruling in the case AFMB contains elements that, if extrapolated from the context of the dispute in question, could be of help to give grounds for a re-regulation of the de-regulated and often opaque sphere that currently is provision of labour.

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Con la recente sentenza nella causa Commissione c. Ungheria (C-78/18), la Corte di giustizia ha accolto il ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione europea contro la legge ungherese (LXXVI del 2017) «sulla trasparenza delle organizzazioni che ricevono sostegno dall’estero». Fulcro dell’intervento legislativo era l’obbligo di registrazione e pubblicazione imposto a tutte le organizzazioni della società civile che beneficiassero di «un apporto di denaro o di altri attivi patrimoniali proveniente direttamente o indirettamente dall’estero» superiore ad una certa soglia annuale (pari a circa 20.800 euro). Tale previsione risultava problematica già in sé, creando un significativo ostacolo alle organizzazioni della società civile per lo svolgimento delle loro funzioni, ma ancor più nel contesto delle ormai note riforme adottate dal governo ungherese di Viktor Orbán negli ultimi anni e volte all’annichilimento di ogni struttura ad argine del potere politico dell’esecutivo; un contesto in cui, tra l’altro, si inseriscono anche le recenti riforme adottate dal governo di Budapest per fronteggiare l’emergenza da Covid-19 (v. Benvenuti su questo blog).

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A long awaited decision of the European Court of Human Rights (ECtHR), one that will be discussed for long (see already herehere and here), has not disappointed all the European governments whose efforts are aimed to strengthen border controls on migrants, including asylum claimants. With the decision in the case of M.N. and Others v. Belgium (no. 3599/18), the ECtHR has adopted a self-restraint approach that creates an additional obstacle for those asylum claimants who would rely on international human rights law obligations as the only possible way of avoiding dangerous, sometimes deadly, journeys in order to submit an asylum application in Europe. The ECtHR concluded that States Parties to the European Convention on Human Rights (ECHR) do not have any obligation to issue humanitarian visas because the ECHR does not apply in the context of proceedings initiated by individuals through diplomatic representations of a State Party, with which such individuals have no connecting ties like nationality or which does not exercise any sort of physical control (more generally on Article 1 ECHR, see Besson and Milanovic). Whereas some readers may find it unsurprising, in light of recent case law (e.g. Grand Chamber, N.D. and N.T. v. Spain, nos. 8675/15 and 8697/15; and Ilias and Ahmed v. Hungary, no. 47287/15) as well as the CJEU’s findings on the same matter from a EU law perspective (X and X v. BelgiumC-638/16 PPU), other readers may qualify the ECtHR’s approach based on the lack of jurisdiction as ‘formalist’ or ‘ineffective’. This is particularly the case when the reasoning adopted by the ECtHR is compared with recent developments occurred not only within its case law but also with positions adopted by universal human rights bodies attempting to expand the applicability of human rights treaties, including via a ‘non-formalistic’ approach (Committee on the Elimination of Racial Discrimination, 12 December 2019, no. CERD/C/100/5, para. 3.44). 

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Oltre alle questioni affrontate nel precedente contributo (v. qui) relative agli obblighi di prevenzione/preparazione alle pandemie e all’eventuale obbligo di assistenza per l’Italia, l’emergenza COVID-19 ha altresì attirato l’interesse dell’opinione pubblica e della stampa italiana rispetto a due ulteriori questioni, relative all’impiego di medici stranieri nell’emergenza e alle polemiche connesse all’invio di personale militare di soccorso da parte della Russia, che presentano anche dei rilievi giuridici, qui di seguito affrontati.

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La crisi innescata dal COVID-19 ha confermato come i disastri (sul soddisfacimento dei criteri utilizzati nelle definizioni giuridiche di disastro relativamente a questo contesto vedi qui e, in generale, qui) rappresentano una delle principali problematiche per la Comunità internazionale, sollevando molteplici interrogativi anche di tipo giuridico. Alcuni aspetti, specificatamente connessi al contesto italiano, possono essere qui discussi, secondo un’agenda eterogenea connessa alle questioni che hanno maggiormente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa. In questo primo post ci soffermeremo: (a) sulle misure di preparazione e prevenzione che potevano attendersi rispetto alla pandemia; (b) e sul presunto dovere di assistenza verso l’Italia. Successivamente l’attenzione verterà (c) sull’impiego di medici stranieri nell’emergenza e (d) sulle polemiche connesse all’invio di personale militare di soccorso da parte della Russia.

Rispetto a queste problematiche inerenti all’Italia si possono offrire alcuni spunti di riflessione anche alla luce degli strumenti connessi al cd. International Disaster Law (d’ora in avanti IDL; su questo ambito di ricerca vedi, ad esempio, qui e De Guttry, Gestri e Venturini), specie in considerazione della stretta interrelazione che questo settore richiede fra input internazionali ed europei e misure da adottarsi a livello nazionale di vario tipo (istituzionali, normative ed operative), per prevenire, mitigare e rispondere a situazioni di disastro.

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La sentenza della Corte costituzionale tedesca dello scorso 5 maggio sul Public Sector Purchase Programme (PSPP) ha sollevato reazioni estremamente negative da parte di molti commentatori (per un riferimento alle varie posizioni v. De Sena, D’Acunto), che ne hanno messo in luce i potenziali effetti devastanti sul processo di integrazione europea e sulle misure in discussione in questi mesi per far fronte alle conseguenze economiche della crisi sanitaria in corso. Le stesse istituzioni dell’Unione hanno fatto muro contro il Bundesverfassungsgericht: la BCE dichiarando che la sentenza in questione non avrà influenza sulle sue decisioni e sui suoi programmi di acquisto di titoli, la Corte di giustizia ricordando di essere l’unico organo competente in via esclusiva a sindacare la compatibilità degli atti delle istituzioni con il diritto dell’Unione, e la Commissione europea addirittura minacciando di presentare un ricorso per infrazione contro la Germania.

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Ai sensi degli artt. 8 e 9 del Protocollo (n. 7) sui privilegi e sulle immunità dell’Unione europea, i membri del Parlamento europeo beneficiano di un’immunità che si declina nelle due forme di tutela generalmente riconosciute dagli Stati membri ai propri parlamentari nazionali, vale a dire l’insindacabilità delle opinioni e dei voti espressi nell’esercizio delle proprie funzioni e l’“inviolabilità” dinanzi ai procedimenti giudiziari (tra molte, sent. 21 ottobre 2008, C-200/07 C-201/07, p. 24). Ed è su questo secondo profilo che la Corte di giustizia dell’Unione europea è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito della propria competenza pregiudiziale con la sentenza del 19 dicembre 2019, C-502/19.

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